ISTITUTO COMPRENSIVO "EDMONDO DE AMICIS"
MARCALLO CON CASONE
SCUOLA SECONDARIA DI PRIMO GRADO "LEONARDO DA VINCI"
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È ormai riconosciuto da esperti nel campo dell'educazione e non che il gioco è un elemento fondamentale e insostituibile nella crescita della persona. Nel gioco, infatti, essa non solo scopre le proprie attitudini, esercita la fantasia e la manualità ma sviluppa altresì la sua relazione con gli altri.
Il gioco, dunque, non è da considerarsi una semplice forma di divertimento ma, un momento importante dell'infanzia e dell'adolescenza, una sorta di "primo lavoro",
che mette alla prova le capacità di intuizione, di logica, di coordinazione motoria e di socializzazione, qualità e abilità fondamentali nello sviluppo dell'individuo.
Il desiderio di pervenire ad una più profonda comprensione sul valore del gioco, ci ha spinto ad effettuare una ricerca su di esso: abbiamo chiesto ai nostri nonni di raccontarci quali erano i giochi dei loro tempi, quando e come giocavano. Le riflessioni e le considerazioni, a cui siamo giunti, scaturiscono dall'accostamento dell'attività ludica allo stile di vita della società contadina marcallese d'inizio secolo e odierna.
Oggi il gioco è vissuto dai bambini e dai ragazzi come un'attività prevalentemente individuale, che si svolge al chiuso della propria cameretta, intenti a superare infiniti livelli di un videogioco della Play Station o a "gareggiare" con il computer. Naturalmente questo comporta un esito negativo sullo sviluppo della personalità perché l'individualismo esecutivo prevale sulla dimensione socializzante e socio-centrica del gioco. Così, talvolta accade che anche nei giochi con gli altri, non ci sia affiatamento nella squadra perché manca il vero senso di "gruppo".
Certamente
le odierne abitazioni mononucleari hanno favorito la perdita della dimensione
di vita collettiva, che caratterizzava la ormai lontana società contadina. Sono
innegabili i disagi derivanti da quelle forzose e promiscue coabitazioni, che
creavano una vita comunitaria del cortile e della stalla pressoché priva d'intimità
personale e familiare. Ma come non riconoscere in quello stile di vita coatto
un clima di spontanea reciprocità e collaborazione? Come non essere, ancora
oggi, irresistibilmente attratti da quella rete di comunicazione tra le persone
e da quella condivisione di sentimenti che si creava soprattutto nelle lunghe
serate invernali, quando la comunità contadina si ritrovava nelle stalle e assisteva,
dopo la recita del rosario, al racconto de i pansanigh in di stàl...(racconti
liberi), oppure giocavano a Pepatencia o a Mariana (giochi con
le carte)?
Insieme al cambiamento del tipo di abitazioni, anche la diffusione sempre più massiccia della televisione ha contribuito notevolmente alla scomparsa di questo tipo di comunicazione e di partecipazione comunitaria e, di conseguenza, si è affievolita la dimensione collettiva del gioco e del passatempo.
Una
volta, invece, i bimbi e i ragazzi, quando non erano impegnati a scuola o nel
lavoro in campagna, giocavano liberi nei campi o nelle strade con oggetti semplici,
che si potevano trovare facilmente nell'ambiente in cui vivevano. Ricordiamo,
a questo proposito il gioco della Lippa, per il quale serviva solamente
un bastone di legno che prendevano nelle stalle, oppure il Fupet, per
il quale bastava una pallina di medie dimensioni, che si lanciava in otto buche
ottenute premendo la pallina nella strada non asfaltata. Vinceva chi riusciva
a mirare tutte le buche. Ovviamente le strade allora erano più sicure
di quelle di oggi. Il massimo rischio che si correva era quello di essere investiti
da una bicicletta o da un carro.
Ma quegli svaghi erano un modo per stare insieme e per sfogarsi: si sbagliava, si litigava, ci si misurava con gli altri, erano giochi utili alla crescita del ragazzo.
Oggi il ragazzo vive una dimensione più intellettuale, in quanto trascorre la maggior parte del suo tempo a casa e a scuola. Una volta i ragazzi non frequentavano la scuola per nove mesi ma la loro frequenza si limitava ai mesi invernali, perché nei mesi di raccolta, andavano nei campi ad aiutare i contadini. La loro preparazione scolastica era quindi carente, essi erano meno alfabetizzati, meno istruiti rispetto ai ragazzi d'oggi ma, non per questo, erano privi di elementi culturali importanti, che ancora oggi invidiamo. Ci riferiamo non solo ai già citati racconti liberi i pansanigh in di stal ma, anche alle testimonianze storiche raccontate dal nonno, splendida figura di trasferimento esperenziale raccontato. I ragazzi di quel tempo sapevano a malapena scrivere però sapevano ascoltare il nonno, la sua esperienza della guerra, le fatiche e le difficoltà affrontate durante la crescita dei suoi figli: essi venivano arricchiti da quel vissuto del racconto del nonno.
Nella società patriarcale di quel tempo il nonno era una figura importante, molto di più di quella della nonna che, anche se era in una posizione di subordine, non per questo è corretto trascurarne la valenza educativa e formativa. La nonna indulgeva più con i piccoli e con le ragazze nel raccontare le favole, quel "favolame" che ha contribuito notevolmente a sviluppare la loro fantasia, il loro immaginario.
Dopo queste constatazioni e prima di riportare alcuni dei semplici giochi effettuati dai nostri nonni, ci sorgono spontanee due domande: i bambini e i ragazzi di oggi si divertono come quelli di un tempo? Sanno comunicare e ascoltare come sapevano fare i giovani di allora?
Il lavoro presentato è stato coordinato dalla docente Ferri Carla con il supporto del Sig. Lualdi Giancarlo. La interessante ricerca è stata svolta dai ragazzi della classe III A della S.M.S. di Marcallo con Casone, mediante interviste ai nonni, autentiche "memorie storiche" (ahimè in via di estinzione...), relativamente al modo di giocare dei ragazzi di un tempo.