PEDICULOSI
1. Il fenomeno
La pediculosi è un problema a diffusione mondiale e conosciuto da sempre.
Il pidocchio è un ospite specifico: le specie che parassitano altri animali non infestano l’uomo, le specie che parassitano l’uomo non infestano altri animali.
La specie più comune è il pidocchio del capo che colpisce soprattutto la fascia d’età dai 3 agli 11 anni e che causa facilmente epidemie nelle collettività infantili quali le scuole materne ed elementari.
Dato che la infestazione spesso non viene notificata, non esistono dati precisi e probabilmente quelli che si hanno la sottostimano.
Le indagini riferite alle collettività scolastiche mettono in evidenza che non esiste alcun legame con il livello socio-economico.
2. Modalità di trasmissione
Il parassita non vola e non salta, ma si muove molto velocemente tra i capelli. Può passare molto facilmente da una persona all’altra sia tramite contatto diretto con la persona infestata, quindi testa-testa, sia indirettamente tramite oggetti “veicolo” (pettini, spazzole, cappelli, berretti, sciarpe, cuscini) della persona infestata.
3. Fattori predisponenti
4. Caratteristiche e ciclo vitale
Il ciclo vitale è composto di tre stadi: uovo (lendini), ninfa (forme immature), adulto.
Le lendini sono ovali, biancastre e translucide, lunghe circa 1 mm. e tenacemente attaccate al capello.
Per maturare devono restare sul cuoio capelluto: ad una temperatura ottimale di 32°C si schiudono in 6-10 giorni, dando ninfe che divengono adulte in 7-10 giorni.
A meno di 22°C la maturazione delle lendini si arresta: se non tornano su una testa, nell’ambiente muoiono entro 10 giorni.
Il pidocchio è di colore grigio-bruno, rigonfio dorso-ventralmente e ha tre paia di zampe; nella forma adulta è lungo 1-3 mm.
Vive circa 1-3 mesi, nutrendosi del sangue dell’ospite, che si procura pungendo il cuoio capelluto; esso muore in 24-48 ore se separato dall’ospite.
La femmina adulta depone circa 3-4 lendini al giorno, cioè circa 300 uova durante la sua vita.
5. Sintomi
Il sintomo fondamentale è il prurito, dovuto alla reazione dell’organismo alla saliva del parassita nelle sedi tipiche: nuca, zona dietro alle orecchie, fronte.
Esso tuttavia non è sempre presente: in alcune indagini è stato rilevato tale sintomo solo nel 15-20% dei bambini.
Il prurito può dare lesioni da grattamento e infezioni batteriche sovrapposte.
6. Diagnosi
La diagnosi viene effettuata in seguito al ritrovamento di forme adulte, ninfe (forme immature) o lendini sul capo.
E’ difficile vedere i pidocchi ad occhio nudo, a meno che non siano numerosi: per questi motivi l’uso di una lente di ingrandimento può aiutare.
Inoltre, le lendini si distinguono dalla forfora perché sono tenacemente attaccate ai capelli.
7. Trattamento
Se si accerta la presenza di pidocchi o di uova è necessario:
Cause del fallimento del trattamento
Talvolta il problema pediculosi non viene immediatamente risolto; ciò può essere dovuto a:
In questi casi è bene ripetere le operazioni con maggior accuratezza ed eventualmente cambiare il prodotto.
9. Prevenzione
Per prevenire la insorgenza e la diffusione della pediculosi, è necessario:
Si ribadisce che non devono essere utilizzati a scopo preventivo i prodotti specifici
10. Conclusioni
La pediculosi non rappresenta un serio pericolo per la salute, né deve essere considerata necessariamente un segno indicativo di trascuratezza igienica.
È tuttavia molto fastidiosa per l’intenso prurito ed è molto facilmente trasmissibile.
Le collettività infantili-scolastiche sono frequentemente interessate da forme epidemiche. La collaborazione delle famiglie è pertanto fondamentale perché solo in ambiente domestico può essere assicurata la sorveglianza continua dei bambini, la loro igiene personale e la loro cura evitando o contenendo così le epidemie nelle collettività frequentate.
Non si deve essere riluttanti nell’avvisare la scuola nel caso in cui il proprio bambino risulti infestato dai parassiti. La scuola, a sua volta, deve informare i genitori della comparsa di nuovi casi. Solo in questo modo è possibile bloccare tempestivamente la diffusione dell’epidemia.
The Lancet, vol.355, 821-825, 4 marzo 2000