PROVA NAZIONALE - 2009/2010
Come abbiamo fatto a restare amici così a lungo. Che poi non so se siamo stati amici per davvero, o meglio non so se due ragazzi che si vedono ogni estate in una piccola città di mare, e lì stanno insieme, sempre insieme per due mesi, e poi in inverno non si vedono e non si sentono, possono definirsi amici. Oh certo, non facevamo altro che definirci amici quando qualcuno ci chiedeva di noi, amici per la pelle, da sei anni, poi sette, otto, nove anni, poi “da quando eravamo piccoli così”. Gli altri ci guardavano ammirati mentre ci ascoltavano ricordare gli anni e il tempo passato insieme, e provavano quel po’ di impotenza che si ha di fronte a due ragazzi legati da chissà quale specialità determinata dal tempo, e si capisce subito che non si potrà mai diventare uno di loro, che il tempo per diventare uno di loro è passato, bisognava incontrarli prima, “quando si era piccoli così”.
Ecco, quando parlavamo agli altri degli anni passati insieme, io sentivo che eravamo amici. Non lo sentivo mai quando eravamo noi due soli, perché eravamo diversi da come ci raccontavamo; eravamo diversi, vivevamo in due città diverse per il resto dell’anno, ognuno di noi aveva una vita sconosciuta e solida da qualche altra parte, e poi arrivavamo un giorno su quel lungomare e per due mesi eravamo lì, in una pausa che segnava la scansione tra un anno e l’altro.
E forse anche per questo pensavo che non eravamo amici, perché questa non era la nostra vita, ma un’interruzione. Tutte le estati erano uguali, mentre ogni inverno portava qualcosa di nuovo.
Tu pensavi esattamente il contrario. Arrivavi il primo luglio, ogni anno, mai un giorno prima né più tardi del primo pomeriggio, e sembrava che per te fosse finalmente finita la lunga pausa della stagione invernale: era arrivata l’estate, e bisognava approfittarne subito perché era il momento di vivere. Durava poco, ma tu sapevi consumare le ore a una a una, proprio come chi le ha attese a lungo.
Appena arrivato, percorrevi di corsa il lungomare, i due isolati che ci separavano, intanto che i tuoi genitori scaricavano i bagagli, e mi trovavi sul balcone che guardavo l’ultimo angolo possibile da dove saresti apparso, e poi scendevo giù di corsa. Questo, quando eravamo ancora bambini. Mi accorsi che avevamo smesso di esserlo, quando quell’anno il pomeriggio del primo luglio passò invano, ero inquieto, continuavo ad andare dalla mia stanza al balcone, ma quell’angolo in fondo alla strada era deserto. Non era mai successo. Era quasi sera ormai, e allora decisi di andare verso casa tua. Camminavo con fretta, avevo voglia di correre, ma non correvo perché intanto avevo paura, una paura terribile che tu non venissi quell’anno, non lo avevo mai considerato possibile e durante quel tragitto lo pensai per la prima volta, e cosa avrei fatto lì da solo, per due mesi interminabili.
Quando arrivai, capii.
Aiutavi tuo padre a portare su in casa le valigie più grandi, e le tante altre cose che riempivano l’auto. Mi salutasti con un sorriso, ma avevi gli occhi gonfi, eri affaticato e insofferente, con ogni probabilità avevi litigato a lungo per non fare quel lavoro, ma avevi dovuto cedere alla severità di tuo padre.
Avevi pianto perché ti stavano levando delle ore preziose ai due mesi di vita che ti spettavano da sempre.
Chiesi a tuo padre se potevo dare una mano, e c’incontrammo per le scale: tu scendevi saltando i gradini, con la testa bassa come ogni volta che eri arrabbiato, io salivo trascinandomi dietro il peso di un tavolino pieghevole. Ci avevano incastrati, l’impunità di quando eravamo bambini era finita all’improvviso.
Quando ci si incontra una volta all’anno, tutto sembra essere cambiato all’improvviso. Invece durante l’inverno ogni giorno un piccolo pezzo di pelle si trasforma. Impercettibile. E rivedendosi l’estate successiva, la metamorfosi è ormai avvenuta del tutto.
Non so se siamo stati amici. Ora di sicuro non lo siamo più. Ogni tanto ci incontriamo sul lungomare e se siamo in compagnia di qualcuno, ci mettiamo a parlare del passato, sempre del passato. Sembra che non riusciamo a fare altro e ci scaldiamo, e raccontiamo gli episodi migliori dei giorni migliori, ci guardano divertiti, e ci chiedono come è possibile che non ci vediamo più. E noi rispondiamo che è vero, che una volta o l’altra dobbiamo ricominciare a stare insieme. Ce lo chiedono gli altri, noi no, abbiamo smesso di farlo pian piano, anzi no, abbiamo smesso di farlo all’improvviso, un’estate – come se fosse l’unica cosa da farsi, e quasi una liberazione. Non so se siamo stati amici, perché abbiamo passato tutti i nostri giorni insieme a competere, a litigare, a prenderci in giro.
Se ho un ricordo più netto degli altri, in quelle estati, era la fatica di arrivare alla fine di ogni giornata senza litigare o soffrire per un torto, o portare a termine un qualsiasi gioco. Avevo voglia di dire a tutti che essere amico di un altro era una cosa estremamente faticosa, era un impegno continuo – a un certo punto avrei quasi consigliato di non diventarlo.
Il narratore e l’amico hanno una percezione completamente diversa del periodo che trascorrono insieme al mare ogni anno. A chi dei due si può attribuire il pensiero espresso in ciascuna frase della tabella?