IL MONDO
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– Sai che il mondo è rotondo? – dicevano a Paolo.
Il bambino non rispondeva; si seccava di quella domanda, come di tante altre. Che il mondo è rotondo (ma perché a Semedella continuavano a chiedergli se lo sapesse?) lo aveva capito da solo, guardando il cielo. Tutto però divenne difficile quando sentì parlare dell’America e degli americani.
–Stanno dall’altra parte del mondo, – gli avevano detto. – Sotto di noi.
– Sotto di noi? – Egli guardava il cielo, e non capiva. Oppure di sopra; è lo stesso. Perché il mondo è fatto come una palla e gira…
«Sì, è fatto come una palla», egli pensava, e guardava ancora il cielo. C’era qualcosa che non riusciva più a capire, proprio per via degli americani.
– Perché gli americani non cadono? – domandò allo zio Manlio una mattina ch’egli in calzoni bianchi, gambali neri e speroni, era appena rientrato da una cavalcata. (Disse in realtà: – Pevché gli amevicani non cadono? – giacché non riusciva ancora a pronunciare la erre).
– Perché gli americani non cadono? E perché mai dovrebbero cadere? – sorrise e insieme si fece serio lo zio (una ruga gli era comparsa sulla fronte), battendosi il
frustino contro un gambale.Poi scoppiò in una risata.
– No, non possono cadere, – disse chinandosi su Paolo e accarezzandogli i capelli, –come non cadiamo noi.
– Ma gli amevicani non stanno divitti come noi! – proruppe Paolo. – Stanno con le gambe in alto! –
E, tutt’a un tratto, tacque.
Lo zio Manlio, portatolo con sé, cavalcioni sulle spalle, nella sala del biliardo ch’era sopra la scuderia e la rimessa delle carrozze, riprese a spiegargli che il mondo è fatto come una palla, e che si muove, gira sempre. Tutto questo Paolo lo sapeva; ma restò senza fiato quando lo zio, presa in mano una palla da biliardo, gli mostrò com’è fatto il mondo e come gira, e dov’è l’America e dove siamo noi. Il bambino ascoltò tutto il tempo, e non fece alcuna domanda; non parlò più.
– Hai capito adesso? – gli domandò lo zio, mentre scendevano la scaletta di legno della scuderia, e il puledro Falco (che aveva sulla groppa una coperta di lana), udendo il suo passo e la sua voce, alzava il muso nitrendo.Paolo non rispose.
– Eh, hai capito?
– Sì, sì, – fece Paolo in fretta.
Erano all’aperto, sulla breve erta lastricata davanti alla scuderia; e Paolo guardava il cielo. «Allora non è vero – pensava, – che noi siamo dentro la palla del mondo, e il cielo, così rotondo, non è la palla. Noi stiamo di fuori, come su una palla da biliardo, non di dentro…»
La sua meraviglia era grande; e lo faceva tacere, con una certa vergogna. Non voleva che lo zio comprendesse ch’egli aveva creduto sino a quel momento di vivere all’interno della palla del mondo. E fu (e anche per questo continuò a tacere) come se, venendo via dalla sala del biliardo e rivedendo il cielo, il sole, gli alberi e le case, egli uscisse per la prima volta dall’interno del mondo: quelli erano i primi istanti ch’egli si trovava fuori.
[P. Quarantotti Gambini, Il mondo, da: Gli scrittori e i giovani 2, Bologna, Paccagnella, 1977, pp. 459-60]
All’inizio del brano, Paolo è soprattutto colpito dal fatto che...