titolo 8 giugno 2009 Giovani talenti

Pubblichiamo il racconto di Emanuele Locatelli,

premiato al Concorso letterario di Corbetta.

Aria d'un folle,
cuore d'un saggio

"Che sia bello o brutto tempo, ogni sera verso le cinque è mia abitudine andarmene a passeggio a Palais Royal. Sono io quel tipo sempre solo, seduto a fantasticare sulla panchina". Siedo lì per ore, assorto nei miei pensieri, appoggiato alla fredda panchina di metallo che ancora odora della sua ultima verniciata. Questo è il mio punto di osservazione e di riflessione: qui guardo, penso, mi rallegro, mi rattristo. Vedo cose che conosco, persone mai incontrate prima, fiori mai notati; percepisco colori, luci e solitudine.
A Palais Royal la vista è magnifica, soprattutto dal punto in cui siedo io: qui il panorama è sempre stato bello sin da quando l'edificio è stato costruito e, nei secoli fino ai tempi moderni, si è visto sempre lo stesso cielo, le stesse nuvole e lo stesso sole.
Siedo qui, saluto tutti, conosciuti e sconosciuti, ricchi e poveri, francesi e non. Non faccio distinzioni, non ne ho né il tempo né la voglia e non trovo una ragione per farlo. Siamo tutti uomini, nasciamo tutti da una donna, nudi e bagnati allo stesso modo. Poi col tempo ci trasformiamo, respiriamo, commettiamo errori, viviamo ognuno diversamente dall'altro. Solo qualcosa di grande, spaventoso e misterioso ci rende ancora simili: solo la fine ci accomuna ancora. L'inizio e il termine, la nascita e la morte in fondo ci uniscono in un triste abbraccio.
Dal mio punto di osservazione contemplo l'orizzonte e a volte sento l'impulso di alzarmi dalla panchina e correre a più non posso verso il sole e l'infinito... Poi vedo passare una ragazza e, un po' per non far brutte figure un po' per restare a guardarla, sto fermo sulla panca con una mano sul mento, l'altra sulla gamba, mentre gli occhi ruotano dall'infinito alla ragazza, cambiando così spesso direzione da farmi venire il mal di testa.
Quando ormai la fanciulla scompare tra i viali, il mio pensiero va a Michelle. È andata via, ha detto che voleva una pausa.
Che malinconia... Ancora una volta, sono su questa panchina consolato da un'unica amica, quella che non mi lascia mai: la solitudine. Pensando a Michelle, stringo i pugni e, serio, guardo dritto. Il sole a quest'ora tramonta, mostrando uno spettacolo fantastico, che non puoi pagare né registrare né controllare. Immerso nella bellezza, il mio pensiero va ancora a lei. Mi capita spesso di sentire la sua assenza nei momenti belli, perché immagino gli stessi attimi vissuti però insieme a lei, quindi sento un po' di dispiacere. Solo lei mi fa sentire nostalgia. Non perché non abbia nessun altro a cui tengo molto, ma perché la persona che più mi manca è quella che non c'è mai. Quindi se non c'è un amico che incontro ogni santo giorno, non ho nostalgia perché so di rivederlo presto.
Con Michelle, invece, è diverso: ultimamente ci vediamo solo per un discorso, un bacio, un abbraccio. Quando lei non c'è, sto male ma allo stesso tempo, grazie alla sua assenza, io capisco, sogno, sento... Mi sembra di comprendere l'essenza di noi nell'assenza di lei. Questa è la magia che ci lega ad una persona lontana più che ad una vicina. Mi capita a volte, al suo ritorno, di provare gioia immensa e allo stesso tempo brivido di dispiacere, perché un dubbio mi corteggia: era forse più bello sentirla così lontana con il corpo, la voce e lo sguardo, ma così vicina con il pensiero, il cuore, la lacrima? A causa di questo mio continuo rovello interiore, molti mi considerano pazzo. Eppure io ritengo che per vivere bene la vita occorra avere l'aria d'un folle e il cuore d'un saggio.
Oggi, inaspettatamente, viene a trovarmi sulla panchina Bernard, un ubriacone che incontro di tanto in tanto. Con lui è bello parlare perché non è in grado di andarsene, quindi ingoia passivamente le mie parole, senza saper nemmeno che cosa io stia dicendo.
Vorrei che al mondo fossero tutti o ubriaconi o grandi ascoltatori: l'importante è che seguano i miei discorsi, anche se non li comprendono. Oggi provo a indicare a Bernard un cespuglio di rose e lo invito ad osservarle con me. Lui si avvicina subito ai fiori, sprofonda il suo naso rosso tra i petali ed esclama: "Buone, si possono bere?". "Per ora no. - gli rispondo - Guardiamole insieme. Poi, se ci riesci...". Dopo una pausa, con un certo orgoglio, continuo il mio discorso. "Vedi questa rosa? - gli chiedo, individuandone una in particolare tra le tante. - Non c'è motivo per notarla in mezzo al cespuglio fiorito perché è sì bellissima, ma lì dov'è ci sembra uguale alle altre nel suo splendore". Detto questo, guardo Bernard che forse sta dormendo seduto, poi colgo la rosa e la getto in mezzo al prato verde. "Guardala ora, Bernard! Non è meravigliosa? Adesso notiamo subito la bellezza della rosa per il contrasto che si crea con la semplicità dei fili d'erba. In mezzo al prato, una rosa ci appare in tutto il suo splendore perché è unica e diversa. Vedi, Bernard, un normale splendore in mezzo ad altri splendori dello stesso tipo non ha importanza, ci appare ordinario e ci lascia indifferenti. Invece uno splendore buttato in mezzo a cose diverse ci appare per quello che è, diventa unico grazie al confronto con la diversità e attira la nostra attenzione. Se al mondo ci fossero solo cose tutte uguali, non esisterebbe più alcuna bellezza, perché essa scaturisce solo dal confronto con la bruttezza...". Improvvisamente Bernard si alza, si dirige con uno scatto verso il cespuglio di rose e incomincia a smembrarlo, lanciando qua e là i fiori, lontani gli uni dagli altri. Sarà un gesto inconsapevole? O sarà che Bernard vuole far apparire tutte le rose bellissime per contrasto con l'erba? Forse ha capito o forse è solo in preda alla follia dell'alcol. Con questi pensieri il mio essere vaga dentro di sé, abbandona il corpo e si nasconde nelle viscere della mia anima. All'imbrunire, dalla panchina, il mondo sembra stanco e privo di colore. La sera non scende per me invocata. Di solito mi fa un po' paura. "A te piace il tramonto, Bernard?". L'ubriacone è intento a tracannare il suo vino e non risponde. "La sera - continuo io - mi fa pensare innanzitutto alla mia infanzia persa. Al calare del sole mi torna in mente il passato e mi commuovo sempre. Da bambini non si sente ancora il peso della vita sulle spalle e si vive per una partita di calcio, per un sorriso, per un pallone: si vive davvero il presente, così si apprezza ogni giorno perché sembra l'unico disponibile". Mi giro verso il mio interlocutore, ma lui non sembra aver nulla da aggiungere. "La sera - proseguo - mi fa pensare anche al mio futuro, a quello che diventerò. Quanti giorni dovranno passare prima che io capisca chi sono? La mia paura è che questo non succeda e che io invecchi anche nel corpo aspettando qualcosa che in fondo non c'è". Bernard si volta ruttando e io continuo a parlare. "Il pensiero più buio che mi affligge al calar della sera è... la fine di tutto, la morte e quello che seguirà. Sempre negli ultimi raggi di sole che se ne va senza salutarmi vedo la mia più grande paura: cosa sarà di me quando il mio tempo sarà finito?". A questo punto mi alzo sconvolto dai miei pensieri e corro via, a passi stanchi ma veloci, in mezzo al viale ormai buio e deserto. Sto già scappando, quando una mano forte mi si posa sulla spalla e mi gira verso la panchina. "Fuggire non è una via, - esclama Bernard con sguardo saggio - è solo chiudere gli occhi per non vedere". Stupito e con gli occhi sbarrati rispondo: "Che dici tu? Ora fai il saggio? Non vedi che sei solo un ubriacone?". Con un mesto sorriso Bernard mi risponde ripetendo a memoria le mie stesse parole: "Per riuscire nella vita bisogna aver l'aria d'un folle e il cuore d'un saggio".
Affretto il passo sentendomi preso in giro e corro, corro tanto. Così, scappo dal mio punto di osservazione privilegiato, dai problemi, dalle risposte, dal peso dei giorni, dal vivere così nell'incoscienza dell'essere, nel terrore del morire, nella paura di vivere, nella mia voglia di scrivere.

Emanuele Locatelli

Simone Turato sogna un futuro da ballerino

Un astro nascente
dell'hip-hop

bi-bop

Simone Turato (al centro) sfoggia le sue coppe

Ha già vinto alcune competizioni nazionali e la sua passione per il ballo cresce.
Stiamo parlando del nostro compagno di classe Simone Turato che, già all'età di sei anni, ha scoperto la sua inclinazione naturale per l'hip-hop. Con questo termine (forse non tutti lo sanno) si indica un tipo di ballo nato fra le comunità afroamericane e latinoamericane del Bronx di New York all'inizio degli anni '70, nelle cosiddette "feste di strada".
Simone ha mosso i suoi primi passi da autodidatta, guardando il programma televisivo "Buona Domenica". Ha incominciato ad allenarsi da solo a casa, ogni giorno dopo la scuola, e sua madre già pensava che potesse in futuro diventare un grandissimo ballerino. All'età di 11 anni si è iscritto alla scuola "Angolo della danza" di Boffalora. Si è esibito per la prima volta al Teatro Lirico di Magenta ed è stato un successone: ha infatti ricevuto una standing ovation e urla pazze di apprezzamento da tutto il pubblico. L'anno seguente la sua insegnante di ballo Sabrina Ganzer l'ha iscritto a delle gare nazionali. Domenica 22 febbraio 2009 Simone ha esordito a Firenze come gareggiante singolo di hip-hop, conquistando addirittura il secondo posto su 250 partecipanti e vincendo una coppa. La sua seconda apparizione in gare ufficiali risale al 15 marzo 2009 a Cervia, dove è riuscito a classificarsi terzo e a collezionare un altro trofeo. Ultimamente, al Palalido di Milano, Simone si è cimentato (oltre che nell'hip-hop) anche nella break-dance, ricevendo ancora due premi (il 3° per l'hip-hop e il 4° per la break-dance). "Mi piace molto ballare. - dichiara - Appena parte la musica, sento che il mio corpo si muove come se venisse trascinato dal vento. La danza mi emoziona molto e mi fa sentire felice". Poi ci confida che gli piacerebbe diventare un ballerino di professione e assicura: "Ci riuscirò!":

Alessandro Lavatelli


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