Pubblichiamo il racconto di Emanuele Locatelli,
premiato al Concorso letterario di Corbetta.
Aria d'un folle,
cuore d'un saggio
"Che sia bello o brutto
tempo, ogni sera verso
le cinque è mia abitudine
andarmene a passeggio
a Palais Royal. Sono io
quel tipo sempre solo,
seduto a fantasticare
sulla panchina".
Siedo lì per ore, assorto nei
miei pensieri, appoggiato
alla fredda panchina di
metallo che ancora odora
della sua ultima verniciata.
Questo è il mio punto
di osservazione e di
riflessione: qui guardo,
penso, mi rallegro, mi
rattristo. Vedo cose che
conosco, persone mai
incontrate prima, fiori mai
notati; percepisco colori,
luci e solitudine.
A Palais Royal la vista
è magnifica, soprattutto
dal punto in cui siedo io:
qui il panorama è sempre
stato bello sin da quando
l'edificio è stato costruito
e, nei secoli fino ai tempi
moderni, si è visto sempre
lo stesso cielo, le stesse
nuvole e lo stesso sole.
Siedo qui, saluto tutti,
conosciuti e sconosciuti,
ricchi e poveri, francesi e
non. Non faccio distinzioni,
non ne ho né il tempo né
la voglia e non trovo una
ragione per farlo. Siamo tutti
uomini, nasciamo tutti da
una donna, nudi e bagnati
allo stesso modo. Poi col
tempo ci trasformiamo,
respiriamo, commettiamo
errori, viviamo ognuno
diversamente dall'altro.
Solo qualcosa di grande,
spaventoso e misterioso ci
rende ancora simili: solo la
fine ci accomuna ancora.
L'inizio e il termine, la
nascita e la morte in fondo
ci uniscono in un triste
abbraccio.
Dal mio punto di
osservazione contemplo
l'orizzonte e a volte sento
l'impulso di alzarmi dalla
panchina e correre a più
non posso verso il sole
e l'infinito... Poi vedo
passare una ragazza e,
un po' per non far brutte
figure un po' per restare a
guardarla, sto fermo sulla
panca con una mano sul
mento, l'altra sulla gamba,
mentre gli occhi ruotano
dall'infinito alla ragazza,
cambiando così spesso
direzione da farmi venire il
mal di testa.
Quando ormai la fanciulla
scompare tra i viali, il mio
pensiero va a Michelle.
È andata via, ha detto
che voleva una pausa.
Che malinconia... Ancora
una volta, sono su questa
panchina consolato da
un'unica amica, quella
che non mi lascia mai: la
solitudine. Pensando a
Michelle, stringo i pugni
e, serio, guardo dritto. Il
sole a quest'ora tramonta,
mostrando uno spettacolo
fantastico, che non puoi
pagare né registrare né
controllare. Immerso nella
bellezza, il mio pensiero
va ancora a lei. Mi capita
spesso di sentire la sua
assenza nei momenti belli,
perché immagino gli stessi
attimi vissuti però insieme
a lei, quindi sento un po'
di dispiacere. Solo lei mi
fa sentire nostalgia. Non
perché non abbia nessun
altro a cui tengo molto,
ma perché la persona
che più mi manca è quella
che non c'è mai. Quindi
se non c'è un amico che
incontro ogni santo giorno,
non ho nostalgia perché
so di rivederlo presto.
Con Michelle, invece,
è diverso: ultimamente
ci vediamo solo per un
discorso, un bacio, un
abbraccio. Quando lei
non c'è, sto male ma allo
stesso tempo, grazie alla
sua assenza, io capisco,
sogno, sento... Mi sembra
di comprendere l'essenza
di noi nell'assenza di lei.
Questa è la magia che
ci lega ad una persona
lontana più che ad una
vicina. Mi capita a volte,
al suo ritorno, di provare
gioia immensa e allo
stesso tempo brivido di
dispiacere, perché un
dubbio mi corteggia: era
forse più bello sentirla
così lontana con il corpo,
la voce e lo sguardo, ma
così vicina con il pensiero,
il cuore, la lacrima?
A causa di questo mio
continuo rovello interiore,
molti mi considerano
pazzo. Eppure io ritengo
che per vivere bene la
vita occorra avere l'aria
d'un folle e il cuore d'un
saggio.
Oggi, inaspettatamente,
viene a trovarmi sulla
panchina Bernard, un
ubriacone che incontro di
tanto in tanto. Con lui è
bello parlare perché non
è in grado di andarsene,
quindi ingoia passivamente
le mie parole, senza saper
nemmeno che cosa io stia
dicendo.
Vorrei che al mondo
fossero tutti o ubriaconi
o grandi ascoltatori:
l'importante è che seguano
i miei discorsi, anche se
non li comprendono.
Oggi provo a indicare
a Bernard un cespuglio
di rose e lo invito ad
osservarle con me. Lui
si avvicina subito ai
fiori, sprofonda il suo
naso rosso tra i petali
ed esclama: "Buone, si
possono bere?". "Per
ora no. - gli rispondo
- Guardiamole insieme.
Poi, se ci riesci...". Dopo
una pausa, con un certo
orgoglio, continuo il mio
discorso. "Vedi questa
rosa? - gli chiedo,
individuandone una in
particolare tra le tante.
- Non c'è motivo per
notarla in mezzo al
cespuglio fiorito perché è
sì bellissima, ma lì dov'è
ci sembra uguale alle
altre nel suo splendore".
Detto questo, guardo
Bernard che forse sta
dormendo seduto, poi
colgo la rosa e la getto
in mezzo al prato verde.
"Guardala ora, Bernard!
Non è meravigliosa?
Adesso notiamo subito
la bellezza della rosa per
il contrasto che si crea
con la semplicità dei fili
d'erba. In mezzo al prato,
una rosa ci appare in tutto
il suo splendore perché
è unica e diversa. Vedi,
Bernard, un normale
splendore in mezzo ad
altri splendori dello stesso
tipo non ha importanza,
ci appare ordinario e ci
lascia indifferenti. Invece
uno splendore buttato
in mezzo a cose diverse
ci appare per quello che
è, diventa unico grazie
al confronto con la
diversità e attira la nostra
attenzione. Se al mondo
ci fossero solo cose tutte
uguali, non esisterebbe
più alcuna bellezza,
perché essa scaturisce
solo dal confronto con la
bruttezza...".
Improvvisamente Bernard
si alza, si dirige con uno
scatto verso il cespuglio
di rose e incomincia a
smembrarlo, lanciando
qua e là i fiori, lontani gli
uni dagli altri. Sarà un
gesto inconsapevole? O
sarà che Bernard vuole
far apparire tutte le rose
bellissime per contrasto
con l'erba? Forse ha
capito o forse è solo in
preda alla follia dell'alcol.
Con questi pensieri il
mio essere vaga dentro
di sé, abbandona il
corpo e si nasconde
nelle viscere della mia
anima. All'imbrunire,
dalla panchina, il mondo
sembra stanco e privo
di colore. La sera non
scende per me invocata.
Di solito mi fa un po' paura.
"A te piace il tramonto,
Bernard?". L'ubriacone è
intento a tracannare il suo
vino e non risponde. "La
sera - continuo io - mi fa
pensare innanzitutto alla
mia infanzia persa. Al
calare del sole mi torna
in mente il passato e mi
commuovo sempre. Da
bambini non si sente
ancora il peso della vita
sulle spalle e si vive per
una partita di calcio, per
un sorriso, per un pallone:
si vive davvero il presente,
così si apprezza ogni
giorno perché sembra
l'unico disponibile".
Mi giro verso il mio
interlocutore, ma lui non
sembra aver nulla da
aggiungere. "La sera -
proseguo - mi fa pensare
anche al mio futuro, a quello
che diventerò. Quanti
giorni dovranno passare
prima che io capisca chi
sono? La mia paura è che
questo non succeda e che
io invecchi anche nel corpo
aspettando qualcosa che
in fondo non c'è".
Bernard si volta ruttando
e io continuo a parlare. "Il
pensiero più buio che mi
affligge al calar della sera
è... la fine di tutto, la morte
e quello che seguirà.
Sempre negli ultimi raggi
di sole che se ne va senza
salutarmi vedo la mia più
grande paura: cosa sarà
di me quando il mio tempo
sarà finito?". A questo
punto mi alzo sconvolto dai
miei pensieri e corro via, a
passi stanchi ma veloci,
in mezzo al viale ormai
buio e deserto. Sto già
scappando, quando una
mano forte mi si posa sulla
spalla e mi gira verso la
panchina. "Fuggire non è
una via, - esclama Bernard
con sguardo saggio - è
solo chiudere gli occhi per
non vedere". Stupito e con
gli occhi sbarrati rispondo:
"Che dici tu? Ora fai il
saggio? Non vedi che sei
solo un ubriacone?". Con
un mesto sorriso Bernard
mi risponde ripetendo a
memoria le mie stesse
parole: "Per riuscire nella
vita bisogna aver l'aria
d'un folle e il cuore d'un
saggio".
Affretto il passo sentendomi
preso in giro e corro, corro
tanto. Così, scappo dal
mio punto di osservazione
privilegiato, dai problemi,
dalle risposte, dal peso
dei giorni, dal vivere
così nell'incoscienza
dell'essere, nel terrore
del morire, nella paura di
vivere, nella mia voglia di
scrivere.
Emanuele Locatelli |
Simone Turato sogna un futuro da ballerino
Un astro nascente
dell'hip-hop

Simone Turato (al centro) sfoggia le sue coppe Ha già vinto alcune competizioni nazionali e la sua passione
per il ballo cresce. Stiamo parlando del nostro compagno di
classe Simone Turato che, già all'età di sei anni, ha scoperto
la sua inclinazione naturale per l'hip-hop. Con questo termine
(forse non tutti lo sanno) si indica un tipo di ballo nato fra
le comunità afroamericane e latinoamericane del Bronx di
New York all'inizio degli anni '70, nelle cosiddette "feste di
strada".
Simone ha mosso i suoi primi passi da autodidatta, guardando
il programma televisivo "Buona Domenica". Ha incominciato
ad allenarsi da solo a casa, ogni giorno dopo la scuola, e
sua madre già pensava che potesse in futuro diventare un
grandissimo ballerino. All'età di 11 anni si è iscritto alla scuola
"Angolo della danza" di Boffalora. Si è esibito per la prima
volta al Teatro Lirico di Magenta ed è stato un successone:
ha infatti ricevuto una standing ovation e urla pazze di
apprezzamento da tutto il pubblico. L'anno seguente la sua
insegnante di ballo Sabrina Ganzer l'ha iscritto a delle gare
nazionali. Domenica 22 febbraio 2009 Simone ha esordito a
Firenze come gareggiante singolo di hip-hop, conquistando
addirittura il secondo posto su 250 partecipanti e vincendo
una coppa. La sua seconda apparizione in gare ufficiali risale
al 15 marzo 2009 a Cervia, dove è riuscito a classificarsi terzo
e a collezionare un altro trofeo. Ultimamente, al Palalido di
Milano, Simone si è cimentato (oltre che nell'hip-hop) anche
nella break-dance, ricevendo ancora due premi (il 3° per
l'hip-hop e il 4° per la break-dance). "Mi piace molto ballare.
- dichiara - Appena parte la musica, sento che il mio corpo
si muove come se venisse trascinato dal vento. La danza mi
emoziona molto e mi fa sentire felice". Poi ci confida che gli
piacerebbe diventare un ballerino di professione e assicura:
"Ci riuscirò!":
Alessandro Lavatelli
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